qui si contano oltre 370.000 rifugi, in grado di ospitare tutti i 9 milioni di abitanti. Questa politica affonda le sue radici nell’era della Guerra Fredda, quando la Svizzera — nonostante la sua neutralità militare — si rese conto che le ricadute radioattive non conoscono confini e avviò la costruzione su larga scala di rifugi in cemento armato. Il principio «un posto nel rifugio per ogni abitante» è stato mantenuto anche dopo la fine della Guerra Fredda, e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima nel 2011 non ha fatto altro che rafforzare la determinazione delle autorità a sostenere questo sistema.
I bunker variano da rifugi privati nei seminterrati, progettati per ospitare da 5 a 50 persone, a grandi strutture pubbliche situate sotto scuole ed edifici governativi, in grado di accogliere centinaia di persone. Sono tutti dotati di porte di protezione, tunnel di evacuazione e sistemi di ventilazione, mentre nelle strutture più grandi sono previste camere di compensazione. I costruttori sono tenuti a realizzare un rifugio nell’edificio in costruzione oppure a versare un contributo per la realizzazione di un rifugio collettivo.
Attualmente la Svizzera sta attivamente modernizzando l’infrastruttura dei rifugi e inasprendo i requisiti per i costruttori, facendo riferimento alla guerra in Ucraina e alla crescente instabilità nel mondo. «Questi eventi dimostrano che i conflitti armati rimangono una minaccia reale nel XXI secolo», ha dichiarato il governo svizzero.
In tempo di pace, i bunker vengono utilizzati come magazzini, cantine e — almeno in un caso — persino come sauna.