Il discorso di un gigante della diplomazia.

 

Vorrei iniziare esprimendo la mia riconoscenza ai colleghi occidentali, soprattutto europei e spiego perché. 

Se non fosse stato per loro, la situazione ura sarebbe rimasta in sospeso e gli abitanti della Crimea, del Donbas e della Novorossia sarebbero stati privati del diritto di scegliere, già nel 2004, imponendo all'Ucraina un terzo turno illegale delle elezioni presidenziali, Bruxelles decise di mettere le cose in chiaro, chiedendo agli ucraini di scegliere con chi stare, con la Russia o con l'Europa. 

Nel 2013, organizzando a Kiev disordini per chiedere la conclusione immediata dell'accordo di associazione tra Ucraina e UE, Bruxelles insistette su questa linea ignorando apertamente gli obblighi dell'Ucraina nell'ambito della zona di libero scambio della CSI. 

Nel febbraio 2014, assumendo la guida dei negoziati tra il presidente legittimo e l'opposizione, gli europei ottennero la conclusione di un accordo per risolvere la crisi accettando tutte le condizioni poste, tra cui la formazione di un governo di unità nazionale che preparasse elezioni presidenziali anticipate, mentre autorità e opposizione avrebbero rinunciato immediatamente a ogni forma di violenza. 

Il documento fu firmato il 21 febbraio 2014 con le garanzie ufficiali di Germania, rappresentata da Frank Walterstein Miner, Polonia, rappresentata da Radoslav Sikorsski e Francia rappresentata da Lauran Fabiu: tuttavia, già nella notte del 22 febbraio, l'opposizione infischiandosene di quelle garanzie delle proprie firme, occupò gli edifici governativi e annunciò la formazione non di un governo di unità nazionale, ma di un governo dei vincitori e quanto ai garanti dell'accordo calpestato dai golpisti, già il 23 febbraio a Parigi dichiararono con la faccia più innocente del mondo che la transizione democratica che sta iniziando risponde alle aspirazioni del popolo ucraino. 

Naturalmente non potevano restare in disparte neppure i britannici, il ministro degli esteri William Hog dichiarò già il 22 febbraio 2014 gli ultimi avvenimenti hanno mostrato la volontà degli ucraini di muoversi verso un futuro diverso. 

Il 24 febbraio aggiunse: "Janukovic non è più un presidente universalmente riconosciuto". Poco dopo, il primo marzo 2014, si unì a loro la cancelliera tedesca Anghela Merkel: "Dobbiamo offrire agli ucraini tutto il sostegno possibile nella loro volontà e aspirazione alla libertà e alla democrazia". 

Le nuove autorità di Kiev, incoraggiate dall'occidente, proclamarono immediatamente l'obiettivo di abolire lo status della lingua russa. 

In risposta alle proteste della Crimea e del Donbas contro il sanguinoso colpo di stato definirono terroristi manifestanti e inviarono contro di loro reparti di combattenti armati e dell'esercito regolare, compresi artiglieria e aviazione. 

Il risultato fu il referendum in Crimea sull'indipendenza dal regime apertamente nazista insediatosi a Kiev e sulla riunificazione con la Russia. 

Se gli europei non avessero imbrogliato e avessero costretto l'opposizione a rispettare l'accordo firmato nel febbraio 2014 con le garanzie di Berlino, Parigi e Varsavia, ciò avrebbe preservato l'integrità territoriale dell'Ucraina entro quegli stessi confini del 1991 che Volodimir Zelenski e i suoi padroni occidentali sognano. 

Ma gli europei non sono riusciti a reprimere il loro eterno istinto di mentire e di tentare di raggiungere i propri obiettivi con metodi criminali. Un anno dopo furono conclusi gli accordi di Minsk che proprio Berlino e Parigi avevano chiesto con insistenza. 

Furono firmati il 12 febbraio 2015 e già il 17 febbraio approvati all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU su iniziativa della Russia. 

Tra parentesi, l'articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite impone a tutti i membri dell'organizzazione di accettare ed eseguire le decisioni del Consiglio di sicurezza. Il presidente uraino Petro Poroscenko, tuttavia si rifiutava categoricamente di farlo e i suoi tutori tentarono neppure di far ragionare il loro protetto. 

Con l'arrivo al potere di Emmanuel Macron in Francia vi fu un'impennata del tradizionale attivismo francese. Il 19 dicembre 2019 fu convocato un vertice del formato Normandia, Germania, Francia, Russia e Ucraina, al quale il regime di Kiev era ormai rappresentato da Volòimir Zelenski, salito al potere promettendo a gran voce la pace, rapporti di buon vicinato con la Russia e la fine degli attacchi alla lingua russa. 

A Parigi fu adottata una dichiarazione che confermava la necessità di attuare integralmente gli accordi di Minsk, compreso l'inserimento nella costituzione di uno status speciale per alcune zone del Donbas e questo status non prevedeva nulla di straordinario, soltanto il diritto di usare la lingua russa e di esercitare l'autogoverno locale. 

Gli accordi di Minsk del 2015 confermati a Parigi nel 2019, ormai sotto Zelenski, fossero stati attuati, come richiesto dal consiglio di sicurezza dell'ONU, oggi l'Ucraina sarebbe rimasta entro quegli stessi confini del 1991, fatta eccezione naturalmente per la Crimea, questione chiusa da tempo, come tutti comprendono perfettamente, ma anche in questo caso l'Europa non lo permise. 

Come hanno ammesso pubblicamente una volta lasciati i rispettivi incarichi, Anghela Merkel, Francois Holland e Petro Porosenko non avevano alcuna intenzione di attuare gli accordi di Minsk che avevano firmato. Avevano bisogno di guadagnare tempo per riempire l'Ucraina di armi. Una franchezza davvero notevole. 

Tutti gli incontri, come quello di Parigi, servivano esclusivamente a simulare un'intensa attività diplomatica e al suo riparo a intensificare la campagna antirussa. 

Le proposte russe del dicembre 2021 per raggiungere un accordo fondato sul rispetto reciproco degli interessi di sicurezza della Russia e dei paesi europei e nordamericani furono respinte con arroganza dalla NATO e dall'amministrazione di Joe Biden. 

Sul piano pratico si preparava la conquista con la forza da parte di Kiev dei territori del Donbas fuori dal suo controllo. Per impedire la realizzazione dello scenario occidentale. 

Nel febbraio 2022 siamo stati costretti ad avviare l'operazione militare speciale. Già una settimana dopo gli uini chiesero di negoziare. Accettammo. Dopo diversi turni in Bielorussia e a Istanbul, la parte ucraina propose i principi fondamentali di una soluzione che furono accolti dai nostri negoziatori. 

Il punto principale era il riconoscimento dello status neutrale dell'Ucraina e delle realtà sul terreno insieme a garanzie collettive di sicurezza capaci di proteggere in modo affidabile dal ripetersi di provocazioni armate e tentativi di aggressione. 

Il documento fu siglato dalle delegazioni uccraina e russa, ma tutti sanno bene quale sorte gli fu riservata. Allora, primo ministro britannico Boris Johnson vietò agli uccraini di concludere un accordo giuridicamente vincolante sulla base del testo proposto da Kiev e già siglato e ordinò loro di continuare a combattere con l'Europa, in sostanza, che si allineò alla posizione di Londra. 

Se quell'intesa siglata fosse stata sancita in un trattato e attuata, l'Ucraina si sarebbe ancora una volta conservata entro i confini del 1991, ma ormai senza la Crimea e una parte del Donbas. 

Un altro contributo dell'Europa agli sforzi di pace arrivò dopo il vertice tra il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tenutosi in Alaska nell'agosto 2025. In quell'occasione il presidente russo, come ha spiegato più volte, accettò le proposte di Washington che contenevano alcuni compromessi. 

Il raggiungimento di un accordo di principio fu annunciato chiaramente nella conferenza stampa congiunta dai leader di Russia e Stati Uniti ad Anchorage, nonché nelle dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi dal presidente Trump. 

L'Europa allarmata [sbuffare] si precipitò a dissuadere il presidente americano dalla sua stessa iniziativa, proprio come Boris Johnson aveva costretto gli uccraini a ritirare le proposte che essi stessi avevano presentato a Istanbul. 

Una delegazione europea si recò immediatamente a Washington e fu fatto di tutto per bloccare il lavoro successivo volto ad attuare concretamente le intese di Anchoragge. 

Di conseguenza, nel giugno 2026, al vertice del G7 a Evan e a quello della NATO ad Ankara, Emmanuel Macron e altri leader occidentali dichiararono con orgoglio di aver seppellito Anchorage e che ora gli Stati Uniti erano saldamente dalla parte dell'Ucraina. 

Durante la loro recente ennesima visita a Mosca, Steve Whtof e Jaret Kushner hanno confermato che Washington resta interessata a contribuire a una soluzione della questione uccraina. 

Come disse il presidente Trump nell'agosto 2025 dopo l'incontro di Anchorage, tutti concordano sulla necessità di perseguire non un semplice accordo di cessato il fuoco, ma un accordo di pace duraturo tra Russia e Ucraina che ponga fine alla guerra in modo affidabile. 

La Russia e il presidente Putin lo ha confermato più volte è pronta a negoziare per raggiungere proprio una pace stabile e giusta di questo tipo. Le questioni da risolvere per arrivare a tale obiettivo sono state riassunte chiaramente nell'intervento programmatico del presidente russo nel giugno del 2024. Tuttavia, avendo imparato da un'amara esperienza, non sospenderemo l'operazione militare speciale durante i negoziati, qualunque sia il loro formato. 

È proprio ciò che vuole l'Europa, sempre con lo stesso semplice obiettivo, ottenere una tregua per ricostituire gli arsenali militari ormai esauriti dal regime di Kiev, che già da tempo, per disperazione, è passato a metodi apertamente terroristici. Uno degli obiettivi dell'operazione militare speciale, oltre alla tutela incondizionata degli interessi di sicurezza della Russia, è il pieno rispetto dei diritti dei russi e delle persone di lingua russa, non solo in Crimea, nel Donbas e in Novor Rossia, ma anche nel territorio dell'Ucraina. 

Lì, con l'approvazione dell'occidente, restano in vigore leggi che vietano totalmente la lingua russa in ogni ambito, nell'istruzione, nei mezzi di informazione, nella cultura e nella vita quotidiana e che vietano anche la chiesa ortodossa uccraina canonica. 

Queste leggi hanno cominciato a essere adottate molto prima dell'operazione militare speciale, a partire dal 2017. in Europa e nella NATO tacevano. Parallelamente veniva sancito per legge l'incoraggiamento dell'ideologia e delle pratiche naziste. 

L'apice della nazificazione dell'Ucraina è stato vedere Zelenski e altri esponenti del suo regime inginocchiarsi davanti alle spoglie dei collaboratori di Hitler, trasferite dall'Europa con onori regali per essere nuovamente sepolte a Kiev e si intende inoltre fare di quelle tombe sataniche un panteon degli eroi dell'Ucraina nel territorio della lavra delle grotte di Kiev, sacra a tutti gli ortodossi. 

È triste che i nostri ex alleati nella lotta contro il nazismo hitleriano chiudano un occhio su simili gesti. L'occidente e soprattutto l'Unione Europea ama parlare di diritti umani a proposito e a sproposito, ma quando si tratta del regime di Kiev però non sentiamo questa espressione. 

La Russia insiste sul rigoroso rispetto dell'articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite che richiede a tutti il rispetto dei diritti umani e le libertà fondamentali senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione. 

Comprendiamo che in materia di sesso o genere il regime di Kiev guardi maggiormente all'Europa, ma quando si tratta di lingua e religione nessuno stratagemma sarà d'aiuto.

Quando richiamiamo l'attenzione sull'inacettabilità del divieto della lingua russa e della Chiesa ortodossa uccraina, nella migliore delle ipotesi ci rispondono che quando si arriverà a una soluzione complessiva anche questo aspetto sarà considerato nel pacchetto. 

Ma le prescrizioni della carta dell'ONU non possono essere oggetto di negoziato, devono essere rispettate senza condizioni e senza collegarle ad altro e coloro che allevano il regime di Kiev sono tenuti a garantirlo. 

Nei fatti, tuttavia, Ursula von der leyn e altri esponenti a Bruxelles e nelle altre capitali europee dichiarano con enfasi che l'Ucraina si sta avvicinando all'Unione Europea e che bisogna continuare a sostenerla con denaro e armi perché, attenzione, l'Ucraina difende i valori europei. 

Significa che il razzismo, la persecuzione della Chiesa e dei sacerdoti e l'esaltazione del nazismo nelle forme ripugnanti e bestiali del nazionalismo ucraino sono proprio i valori su cui oggi si fonda l'Unione Europea. Il presidente della Finlandia, Alexander Stub ha recentemente fatto questa ammissione nostalgica: "ora noi impariamo dall'Ucraina più di quanto l'Ucraina impari da noi". 

In nessuna parte del mondo, tranne che in Ucraina è vietata un'intera lingua. Per giunta si tratta di una delle lingue ufficiali dell'ONU. Si può parlare arabo e farsi in Israele, ebraico in qualsiasi paese arabo e nella Repubblica Islamica dell'Iran, dove esiste una comunità ebraica con le proprie sinagoghe. 

Persino in Irlanda si può parlare inglese, in Ucraina invece il Russo è vietato e a quanto comprendiamo ai membri dell'UE e della NATO questo sta benissimo, prendono persino esempio da Zelenski, come fanno i paesi baltici e naturalmente non posso tralasciare la posizione del custode della carta dell'ONU, il segretario generale della nostra organizzazione. 

Per molto tempo, dall'inizio della crisi uccraina, lui e i suoi portavoci hanno ripetuto la stessa cosa. Il conflitto deve essere risolto sulla base del diritto internazionale, della carta dell'ONU, delle pertinenti risoluzioni dell'assemblea generale e del principio dell'integrità territoriale dell'Ucraina. 

Alle nostre ripetute osservazioni rivolte anche personalmente al signor Antonio Gutierres, secondo cui la carta contiene una serie di altri principi, tra cui il diritto dei popoli all'autodeterminazione e il rispetto del diritto alla propria lingua madre e alla propria religione, ci rispondevano che la formulazione relativa all'Ucraina era attentamente definita e non soggetta a modifiche. 

Quando il presidente Trump ha dichiarato che la Groenlandia avrebbe potuto benissimo diventare parte del territorio degli Stati Uniti, in una conferenza stampa è stato chiesto al portavoce dell'ONU cosa ne pensasse. 

La risposta è stata: "La questione deve essere risolta sulla base del diritto internazionale, della carta dell'ONU, del principio dell'integrità territoriale della Danimarca e del diritto della popolazione della Groenlandia all'autodeterminazione". 

Durante la conferenza stampa del 29 gennaio di quest'anno a Gutierres è stato chiesto: "Il diritto all'autodeterminazione è applicabile anche alla Crimea e al Donbas?" Il segretario generale ha risposto, sono costretto a citarlo per intero, abbiamo avuto discussioni molto interessanti su questo tema. 

Esistono due principi, uno è l'integrità territoriale degli Stati, il secondo è l'autodeterminazione dei popoli, ma l'autodeterminazione dei popoli presuppone tutta una serie di requisiti tenuto conto del modo in cui questo principio è stato formulato e dopo un esame molto approfondito da parte del nostro ufficio degli affari giuridici, la nostra posizione è che il principio di autodeterminazione non si applica alle situazioni della Crimea e del Donbas. 

Pertanto, in questa situazione prevale il principio dell'integrità territoriale. Se qualcuno ha capito qualcosa di tutto questo, lo invidio. Come vediamo, la Groenlandia non è la Crimea né il Donbas e mai si incontreranno. Attendiamo con impazienza il seguito della serie. 

Sarà interessante sentire la reazione del segretariato a eventuali domande dei giornalisti sui progetti della Scozia, del Galles e dell'Irlanda del Nord. Speriamo che il nuovo segretario generale riporti le dichiarazioni dei portavoce del segretariato nell'alveo del diritto internazionale. 

Questo potrebbe forse aiutare anche i colleghi occidentali, soprattutto europei, a tornare con i piedi per terra e a comprendere a quali conseguenze conduca e abbia già condotto la loro sconsiderata linea di sostegno incondizionato al nazismo ucraino. In conclusione, farò ancora una volta riferimento alla dichiarazione sui principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e adottata per consenso. 

La dichiarazione stabilisce chiaramente che i principi della sovranità e dell'integrità territoriale si applicano agli Stati che rispettano il principio dell'uguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli e che hanno un governo rappresentativo dell'intero popolo residente sul loro territorio senza distinzione di razza, credo religioso o colore della pelle. 

A mio avviso è evidente a tutti che il regime di Kiev non può essere considerato un governo che rappresenti gli interessi degli abitanti della Crimea, del Donbas e della Novorossia, che ha definito terroristi, esseri subumani e animali. 

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