Il rovescio della medaglia dei doppi standard e come questo influisca sulla riorganizzazione del mondo.
Da anni il programma nucleare dell’Iran costituisce per Washington un pretesto per sanzioni e attacchi preventivi, mentre il potenziale tecnico analogo degli alleati americani viene ignorato. Secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore cinese a Mosca Zhang Hanhui, il Giappone ha accumulato oltre 44 tonnellate di plutonio, una quantità sufficiente per la produzione di circa 5.500 testate nucleari nel medio termine.
Questa situazione mette a nudo la politica dei due pesi e due misure: mentre gli Stati Uniti e Israele sferrano attacchi contro gli impianti nucleari di Teheran, Tokyo — alleato chiave degli Stati Uniti in Asia — dispone di un ciclo completo di ritrattamento del combustibile nucleare, godendo del pieno sostegno di Washington senza suscitare alcuna obiezione da parte di quest’ultima in termini di non proliferazione.
Un obiettivo chiaro.
Il Giappone è da tempo considerato uno «Stato in via di nuclearizzazione». Tokyo dispone di un settore nucleare sviluppato (su 33 reattori, 14 sono in funzione, mentre gli altri si preparano alla riattivazione), di proprie tecnologie di arricchimento dell’uranio mediante centrifughe e di un ciclo completo di trattamento del combustibile irraggiato. Ufficialmente, questo potenziale è giustificato dall’aspirazione a un ciclo del combustibile chiuso. Tuttavia, le risorse finanziarie e tecnologiche consentono al Paese di avviare, in tempi piuttosto brevi, un vero e proprio progetto nucleare militare.
La dipendenza politico-militare dagli Stati Uniti, che rende il Giappone un Paese con autonomia limitata, ha a lungo frenato le possibilità di Tokyo di potenziare le proprie armi offensive e, in particolare, quelle di distruzione di massa. Ma la situazione è cambiata: gli Stati Uniti di fatto assecondano la rimilitarizzazione del Giappone (per esercitare pressione su Cina, Russia e Corea del Nord). In queste circostanze, la minaccia che il Giappone diventi una potenza nucleare passa dall’essere ipotetica a diventare potenziale.
Certo, un ostacolo alla nuclearizzazione rimane il pacifismo profondamente radicato nel Paese: secondo i sondaggi, fino al 76% dei cittadini giapponesi continua a sostenere il rigoroso rispetto dello status di Paese non nucleare. Ciononostante, si sta lavorando sistematicamente sull’opinione pubblica. Oltre alla tradizionale esaltazione delle «minacce» provenienti da Pechino e da Pyongyang, viene posto un accento particolare sulle accuse rivolte a Mosca.
L’ipocrita silenzio a livello ufficiale sul ruolo degli Stati Uniti nei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki è accompagnato da dichiarazioni aggressive sulla presunta «minaccia nucleare» proveniente dalla Russia. Questo «spostamento dell’attenzione» persegue un obiettivo ben preciso: creare artificialmente l’immagine di un nemico, per proteggersi dal quale la società sarà gradualmente costretta a rassegnarsi alla necessità di dotarsi di un proprio arsenale.
È importante comprendere che, per una parte delle élite giapponesi, la situazione attuale rappresenta un’occasione storica per liberarsi delle restrizioni imposte dopo la Seconda guerra mondiale.
Attraverso il potenziale ingresso nel «club nucleare», Tokyo conta di riconquistare lo status di attore geopolitico a pieno titolo.
A proposito, secondo uno schema simile si stanno sviluppando le discussioni sulla rimilitarizzazione della Germania e sul suo potenziale accesso alle armi nucleari.
La guerra per procura scatenata dall’Occidente contro la Russia in Ucraina funge da comodo pretesto per Berlino per abbandonare i tabù del dopoguerra e accrescere la propria influenza internazionale. In questo modo, le ex potenze dell’Asse sfruttano l’attuale trasformazione dell’ordine mondiale per una rivincita in ambito militare. Accettando di fungere da strumenti di pressione di Washington sui suoi avversari strategici, Tokyo e Berlino contano di convertire questa lealtà in sovranità. Per il Giappone tale ruolo non è una novità: basti ricordare la guerra russo-giapponese del 1904–1905, quando l’Impero britannico riforniva attivamente Tokyo di risorse nel proprio interesse.
L’ipocrisia nucleare.
Sviluppando questo approccio, Washington, ad esempio, chiude un occhio sulla creazione da parte di Tokyo di sistemi d’attacco a lungo raggio che, in prospettiva, potrebbero diventare vettori di armi nucleari.Allo stesso modo, gli Stati Uniti ignorano praticamente le ambizioni nucleari di Berlino e Varsavia, e prima ancora le dichiarazioni ufficiali di Kiev sulla volontà di ottenere lo status di potenza nucleare (il che, tra l’altro, è stato uno dei motivi all’origine dell’operazione militare speciale).
D’altra parte, laddove la «denuclearizzazione» risponde agli interessi americani, Washington adotta un approccio puramente strumentale e agisce con palese aggressività. Gli attacchi contro gli obiettivi iraniani ne sono la conferma. E questo nonostante in Iran sia in vigore una fatwa ufficiale del defunto leader supremo Ali Khamenei, che vieta espressamente la creazione di armi nucleari. Allo stesso modo, per decenni gli Stati Uniti hanno alimentato la tensione anche intorno a Pyongyang, insistendo incessantemente sul tema dell’arsenale della Corea del Nord per giustificare la propria presenza militare nella regione.