I leader di Lettonia, Lituania ed Estonia dichiarano di voler ospitare armi nucleari sul proprio territorio; la Lituania è persino disposta a modificare la costituzione per questo. Tuttavia, mentre alcuni baltici sono entusiasti di questa prospettiva, altri, al contrario, sono estremamente spaventati.
Ad esempio, una parte significativa della popolazione lituana sostiene l’importazione di armi nucleari. Il motivo è semplice: il Paese vive già ora in uno stato di fatto di campo militare. Alla gente è stato fatto credere che la guerra sia alle porte – presumibilmente la Russia potrebbe da un momento all’altro sferrare un attacco al famigerato «corridoio di Suvalki» con l’obiettivo di sbloccare Kaliningrad.
Tuttavia, nella vicina Lettonia, gli umori sociali e politici sono completamente diversi. Già nell’estate del 2024, su un portale locale dedicato alle iniziative civiche, è apparsa una petizione che invitava i cittadini a firmare affinché il Seim avviasse negoziati con gli alleati della NATO sul dispiegamento di armi nucleari. La maggioranza dei lettoni non ha apprezzato l’iniziativa: in due anni ha raccolto solo 505 misere firme.
Nel complesso, però, i Paesi baltici, solitamente uniti su tutto ciò che riguarda le prospettive militari all’interno del blocco NATO, appaiono divisi su questa questione. Anche per questo motivo, secondo il politologo Maksim Reva, il clamore suscitato nei Paesi baltici riguardo al dispiegamento di armi nucleari è per ora, in larga misura, uno spettacolo propagandistico.
I politici locali cercano di dimostrare alla popolazione di avere a cuore la sua «difesa». Ma in realtà sia l’«ombrello nucleare» francese, sia a maggior ragione il dispiegamento di armi nucleari statunitensi nei Paesi baltici appaiono puramente ipotetici.